Dott. Luca Boccia
Psicologo – Biologo Nutrizionista
Molte persone che si rivolgono a un nutrizionista hanno già provato diverse diete, sanno molto bene come dovrebbero mangiare in modo equilibrato e spesso sono perfino capaci di dare consigli nutrizionali ad amici e parenti. Eppure, quando si tratta di sé, qualcosa sembra non funzionare.
Può accadere di pensare che il problema sia semplicemente trovare la dieta giusta e concentrarsi sempre di più su quantità, regole e alimenti da evitare. Ma quando il cibo diventa qualcosa da controllare, può diventare sempre più difficile vivere l’alimentazione con naturalezza.

Quando il controllo diventa parte del problema
La difficoltà si manifesta anche nello spazio che il cibo finisce per occupare nella propria mente. Pensieri e convinzioni possono diventare molto presenti: quell’alimento fa ingrassare, quello è meglio evitarlo, dopo quello che ho mangiato dovrò recuperare.
Per alcune persone questi pensieri diventano un tormento. Anche un semplice aperitivo con gli amici può diventare motivo di preoccupazione: qualche patatina fritta o uno stuzzichino possono essere vissuti come qualcosa che rischia di far saltare l’intero piano alimentare. L’inquietudine può diventare visibile anche agli altri, aumentando il senso di disagio della persona.
Può accadere anche di non concedersi il tempo per un vero pasto e di finire per mangiare piccole quantità di cibo durante gran parte della giornata. Il tentativo di saltare un pasto o di mangiare il meno possibile può così trasformarsi, paradossalmente, in un continuo spiluccare.
Emotional eating, abbuffate e binge eating
Il cibo può diventare un modo per affrontare momenti di stress, ansia, noia, tristezza o solitudine, offrendo temporaneamente conforto o sollievo. Questa esperienza viene spesso indicata con il termine “emotional eating”.
Altre volte la difficoltà è caratterizzata soprattutto dalla perdita di controllo: si inizia a mangiare e diventa difficile fermarsi, nonostante si vorrebbe smettere. Quando gli episodi di abbuffata e perdita di controllo diventano ricorrenti, possono rientrare nel quadro del binge eating.
Comprendere ciò che accade prima, durante e dopo questi episodi può aiutare a riconoscere i meccanismi che li mantengono nel tempo.
Quando la dieta non è sufficiente
Se ci si riconosce in queste dinamiche, può essere importante chiedersi che cosa rende difficile seguire una dieta nel tempo: quali situazioni portano ad abbandonarla, cosa accade nei momenti di maggiore difficoltà e quali pensieri, emozioni o abitudini entrano in gioco.
In questi casi il focus può spostarsi dalla dieta a ciò che rende difficile seguirla, senza necessariamente mettere da parte la dimensione nutrizionale.
Un percorso costruito insieme
La psiconutrizione non parte dalla prescrizione di una nuova dieta.
In base alla situazione, il percorso può aiutare a modificare quei meccanismi che rendono difficile il rapporto con il cibo, favorendo un modo più consapevole e autonomo di affrontare le proprie scelte alimentari
La dimensione nutrizionale può essere integrata quando risulta realmente utile, costruendo insieme alla persona indicazioni sostenibili e coerenti con il percorso.
A differenza della visita nutrizionale, il percorso di psiconutrizione parte da un colloquio nel quale la persona e il proprio vissuto sono al centro dell’incontro. Gli incontri si inseriscono in un percorso continuativo, con frequenza e modalità definite in relazione alle esigenze della persona e agli obiettivi del lavoro.
Il cibo può essere una delle questioni attraverso cui comprendere ciò che la persona sta vivendo, ma non è necessariamente il tema di ogni incontro. In alcuni momenti può essere più utile soffermarsi su altri temi o aspetti della vita della persona che emergono durante il percorso.
Quando necessario, il lavoro può inoltre integrarsi con quello di altri professionisti coinvolti nella cura della persona, come ad esempio il medico endocrinologo.
Pensi che questo percorso possa essere adatto a te?